“La fiducia è bene, il controllo è meglio”. Quanta saggezza, e quanta verità, nell’aforisma di Lenin.

Chiedo venia – Signore e Signori – se oggi, come raramente accade, scrivo in prima persona: odio farlo, ma quando c’azzecca, c’azzecca.

Io mi ero fidato – Signori e Signori, e mi rivolgo soprattutto ai Signori Tifosi Sportivi di questa città e di questa provincia – quando martedì scorso 24 luglio, il Sindaco del capoluogo Gianluca Festa, nel corso d’una conferenza stampa convocata d’urgenza, annunciò trionfante la notizia che c’era un’importante novità per le sorti dell’Avellino Calcio.

Mi ero fidato, perché parlava il “Sindaco di tutti”, quando disse che finalmente era arrivata un’offerta concreta – via Pec alla sua posta elettronica – per l’acquisto dell’Avellino Calcio. E che l’offerta recava la firma dell’avvocato Reppucci in nome e per conto dell’imprenditore Angelo Antonio D’Agostino, suo amico (quest’ultimo) e “co-vincitore” delle elezioni comunali che il 9 giugno scorso gli avevano fatto conquistare la fascia tricolore.

Mi ero fidato quando il Sindaco, sicuro e raggiante, affermò che l’offerta di 500mila euro avanzata da D’Agostino era (sic!) “un gesto d’amore verso la città”... “un gesto che fuga ogni dubbio e zittisce qualche polemica”. Che “siamo di fronte a un imprenditore che si è detto disposto a investire mezzo milione di euro per una serie C, per una proprietà che non ha tesserati e non ha calciatori e che, di questo passo, tra qualche giorno non avrà valore”. Che “l’offerta di D’Agostino è una cifra congrua, dignitosa, di chi ama questo territorio”. Che “siamo difronte alla possibilità concreta di salvare il calcio”.

Erano affermazioni così sostenute da matematica certezza, da cotanta e disinteressata passione se non per amore del Calcio e della città di Avellino, che come fai a non fidarti, a dubitare, a tirare un afflato se non di felicità.

Mi ero fidato al punto tale delle parole del Sindaco, il quale è pur sempre un Sindaco, che nella puntata del mio Venerdì su Irpinia Tv, il 26 luglio, mi lasciai andare anch’io ad “un gesto d’amore”, oltre che di fiducia, sostenendo – tra la sorpresa di tanti – che il Sindaco aveva ragione sul prezzo offerto da D’Agostino, e che D’Agostino sarebbe stato la migliore soluzione per salvare l’Avellino Calcio. Solo Dio sa quanto m’era costato – per amore della verità, questo, sì, sempre sacro e irrinunciabile – dare a Cesare ciò che è di Cesare trattandosi, nella fattispecie, di un Cesare che, notoriamente, non gode della mia stima politica (altro è la fraternità tra le genti del mondo: lì mi metto in prima fila, persino in compagnia dei farisei).

Ahi, la maledetta cultura del dubbio (non del sospetto, si badi)! Il dubbio d’aver preso un granchio m’è venuto quando ho letto (purtroppo con ritardo) un post di Mario Barisano: il quale può stare pure antipatico ai più, e tra i più è compreso il sottoscritto, quando la butta sul personale; ma che di calcio giocato e non di sicuro s’intende, decisamente molto più dei violini, delle trombette e dei tromboni che affollano le “TeleMinculpop” di questa provincia.

Il post di Barisano diceva – in buona sostanza – che ai Lupi doc quell’offerta di 500mila euro non poteva non apparire offensiva e deprimente, soprattutto per ciò che poteva esserci dietro.

Ahi la cultura del dubbio! Ahi, Lenin! Quanta saggezza, e quanta verità, nel suo aforisma. Saggio, vero: “La fiducia è bene, il controllo è meglio”.

Il primo controllo è sull’articolazione dell’offerta da 500mila euro. Si chiede negli ambienti della Società sportiva. Vien fuori, sommando e sottraendo, ma soprattutto sottraendo, che accettando quell’offerta il patron dell’Avellino Calcio avrebbe non solo svenduto, così danneggiando la Società e gli interessi di chi alle sue sorti è eventualmente connesso, creditori compresi, ma ci avrebbe addirittura rimesso.

D’Agostino è un maestro negli affari, specie quando è assistito da Professori di sicuro spessore, bisogna riconoscerlo. Epperò non significa che gli altri siano tutti francescani e per di più fessi totali. Insomma, quella cifra, più che esprimere “un gesto d’amore verso la città”, parafrasando Barisano “offende e deprime i Lupi doc”, quelli che davvero amano i colori biancoverdi e la città di Avellino. E’ lapalissiano. Lo raccontano nei fatti, Signore e Signori: il resto è retorica allo stato puro e, invero, anche un po’ ammuffito.

Ma la notizia del “controllo” che è meglio della “fiducia” è un’altra. E qui corre l’obbligo d’una rapida premessa, tutta racchiusa in una domanda semplice-semplice. Questa: De Cesare non ha preso nemmeno in considerazione l’offerta di D’Agostino soltanto perché niente affatto “congrua”, a differenza di quanto aveva sostenuto il Sindaco e come i fatti dimostrano, o perché quella cifra già di per sé “offensiva e deprimente” rispetto al valore reale dell’Avellino Calcio si aggiunge ad altro?

Chiaramente, inutile attendersi chiarimenti dal diretto interessato: l’ingegnere non risponde sul nome del santo del giorno, figurarsi se mai potrebbe essere disponibile su domande del genere.

Epperò in più d’una occasione - specie nelle ultime turbolente settimane, scandite da notizie di istanze di fallimenti, sequestri e dissequestri, accessi a concordati, ipotesi di reato e quant’altro – i legali di De Cesare hanno sottolineato che la Sidigas ha – sì – un bel po’ di debiti, ma anche tanti crediti; e che forse la lista dei crediti è perfino più lunga di quella dei debiti.

Eccola qui, allora, Signore e Signori, la notizia che di certo non fa “scandalo”, data l’ordinarietà della materia commerciale, ma che con altrettanta certezza fa “specie”: e che specie – va sottolineato – se si scopre che tra i debitori di De Cesare, non per pochi spiccioli, ma per alcuni milioni di euro, c’è anche qualche società – udite, udite! - del Gruppo D’Agostino.

A questo punto bisogna riformulare la domanda, stavolta decisamente retorica, sollevata pochi righi fa: poteva De Cesare prendere in considerazione una offerta da 500mila euro, già di per sé lontana dalla realtà, senza chiedere all’offerente, che è il Capo di fatto di tutto il Gruppo omonimo, di saldare prima i debiti commerciali e poi parlare del resto? La Sidigas di De Cesare versa oppure no nelle condizioni di affanno di cui parla la giustizia civile anche a causa dei suoi debitori?

Guardiamo alla sostanza dei fatti, Signore e Signori. Ciascuno di noi si metta nei panni dell’ingegner De Cesare e risponda: l’avrebbe accettata una proposta già di per sé “indecente” in presenza di pendenze dal valore così rilevante? Si obietterà: ma cosa c’entra il problema Calcio con e con gli affari commerciali che riconducono al Gas? C’entra, Signore e Signori, eccome che c’entra.

In questa storia, gira e rigira, c’è puzza di gas un po’ ovunque. E poiché il Calcio occupa un ruolo niente affatto secondario, una metafora appropriata potrebbe essere la seguente: De Cesare, per motivi che prima o poi saranno chiariti dalla giustizia civile ed eventualmente penale, si è fatto pescare con la palla al piede in fuorigioco; D’Agostino è entrato in partita a gamba tesa. Tanto accade sul versante “profano”. Se poi volete buttarla sul “sacro”, beh!, non c’è bisogno di attendere il giorno del giudizio universale per sapere che De Cesare un passaggio in Purgatorio, anche lungo, se lo farà e tanto più. Ma nel frattempo, attenti ad avviare, come ha fatto il Sindaco, processi di beatificazione per Angelo Antonio D’Agostino: non è il Mefistofele del mito di Faust, ma – suvvia!- nemmeno uno stinco di santo.